4 giugno 2021, ore 17.00 ONLINE

Sulla viltà. Anatomia e storia di un male comune | Peppino Ortoleva

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Juan Carlos De Martin (Politecnico di Torino)Sergio Pace, (Politecnico di Torino) e Carlo Serra, (Università della Calabria) dialogano con l'autore Peppino Ortoleva di:

Sulla viltà. Anatomia e storia di un male comune (Einaudi 2021)

La viltà richiama l’attenzione più di altri aspetti bui dell’umanità soprattutto perché fa emergere una contraddizione che riguarda tutti, tra la bassezza in cui possiamo scendere, e i valori in cui pure dichiariamo di credere.
La viltà è spregevole perché è un venir meno, ai propri impegni come ai principî che si condividono o si ostenta di condividere con i propri simili; ci ricorda la tensione sempre irrisolta tra l’essere e il dover essere, che sia l’affrontare il pericolo in battaglia o l’accettare le proprie responsabilità nella vita privata; la tensione sempre irrisolta tra la rappresentazione di sé che si vorrebbe dare e i comportamenti concreti. La viltà è un aspetto della condizione umana dove si addensano alcuni dei lati non solo più bui ma più difficili da guardare in faccia; è spesso sfuggente, tende a nascondersi, proprio perché sa di non essere accettabile: diffuso e spregevole insieme.
Molti dei vili peggiori sono appunto quelli che mascherano la loro codardia dietro la prudenza e il buon senso, oppure a volte dietro valori che sembrerebbero opposti, come quel militarismo totalitario e quell’esaltato nazionalismo che, diceva Primo Levi, sono serviti a nascondere «una marea di viltà».
Uno dei motivi per cui quest’indagine è necessaria oltre che tempestiva (anzi in ritardo) è proprio perché ha tra i suoi scopi quello di mettere a fuoco un male che può sembrare facile individuare, ma che nella realtà è spesso in ombra. La viltà è così difficile da guardare in faccia: è perché è come uno specchio oscuro in cui si riflettono, anche più che in altri aspetti del nostro vivere, le debolezze, la paura di assumersi responsabilità, la difficoltà di rispettare i valori in cui noi stessi dichiariamo di credere. E la condanna che è insita nella parola stessa ci ricorda che a quelle debolezze, per quanto comprensibili, non ci si deve arrendere.