Visioni possibili di futuro, per un’architettura radicale (1962-1978)

“Viviamo in un’economia dell’usa e getta, partecipiamo ad una cultura in cui tutte le più fondamentali classificazioni delle idee e delle concezioni del mondo vengono giudicate in funzione del loro consumo. È completamente assurdo chiedere agli oggetti programmati per una vita breve di esprimere valori eterni” (Reyner Banham, A Throw-away Aesthetic, 1960). 

Gli anni ‘60 si aprono con un’irrefrenabile “nostalgia del futuro”: ne emerge un repertorio di utopie visionarie che mostrano spiccate analogie con quelle d’inizio secolo

Simbolo dell’intero decennio è il piano di Tokyo (1960), opera di Kenzo Tange: un immenso ponte sospeso sull’acqua intorno a cui si distribuisce la rete dei sistemi residenziali dell’intera città. 

La “megastruttura” di Tange è una delle tante immagini di futuro che sorgono in questo momento da più parti e per mano di architetti, in Italia come in Giappone e in Inghilterra…

Cosa lega la Plug-in-city di Peter Cook (1964) e il Monumento continuo (1969) di Natalini, Toraldo di Francia, Magris, Frassinelli e Poli (Superstudio); cos’hanno in comune il Fun Palace di Cedric Price (1961) e gli Urboeffimeri dei fiorentini UFO (1969)?

L’accettazione spregiudicata delle nuove estetiche della produzione e del consumo che contraddistingue tutte queste proposte, si riflette nell’uso di linguaggi disponibili alle contaminazioni con la cultura dei mass media, dai fumetti ai rotocalchi, aperte alle sollecitazioni offerte dall’emergente cibernetica e dall’ingegneria areo-spaziale.

All’inizio degli anni settanta, altre esperienze danno voce all’insopprimibile bisogno di sperimentare un nuovo modo di vivere il proprio tempo.

I torinesi Giorgio Ceretti, Pietro Derossi, Carlo Giammarco, Riccardo Rosso formano il Gruppo Strum, che nell’ambito della mostra Italy: the new domestic landscape al MoMA (1972) non espongono disegni o modelli architettonici, ma un trittico di fotoromanzi. In essi, la riflessione su città e casa, intesa quest’ultima come “flessibile, adattabile, mobile e provvisoria”, è innanzitutto dimensione politica.

Nel giro degli stessi anni, è a Milano, nella redazione di Casabella, alloradiretta da Mendini, che si riuniscono Remo Buti, Riccardo Dalisi, Adalberto Dal Lago, Ugo La Pietra, Gaetano Pesce, Gianni Pettena, Ettore Sottsass – insieme a Superstudio, Archizoom, Gruppo 9999, UFO e Zziggurat, per dar vita a GLOBAL TOOLS, “un sistema di laboratori per la propagazione dell’uso di materie e tecniche naturali e relativi comportamenti”. 

Quali progetti di futuro sono sottesi a quest’insieme plurale di esperienze? Quale eredità ci lasciano?

Se l’ottimismo diffuso che li nutriva trova oggi pochi riscontri, sembra tuttavia necessario accogliere il messaggio di cui sono portatori: un’idea di architettura come strumento critico della società, premessa indispensabile per immaginare nuove tecniche e forme di convivenza.

 

Biblioteca Centrale di Architettura, Politecnico di Torino, 6 ottobre 2021